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Che ci faccio qui

Sono le otto e trenta di un freddo e nebbioso sabato di gennaio.

Tutto sembra cristallizzato attorno a me.

Siamo soli: gli alberi, gli uccelli, qualche lepre ed io. Il rumore sordo delle cesoie sui rami, discontinuo.

Mentre poto le lagestroemie del viale continuo a chiedermi “che ci faccio qui”, cosa mi spinge a coricarmi presto per poi alzarmi col sole per avere più forze per lavorare?

Per quanto tempo questa scelta avrà il sapore della libertà?

Qualche giorno fa un’amica mi ha ricordato che lavorare in campagna è anche:

sudore, insetti che pungono, terra sotto le unghie e ancora mani ruvide, calli, pelle che si secca d’estate e si ammala con il freddo umido dell’inverno.

Come fa a piacermi tutto questo.

Sono costretta a fare un contro elenco con le cose belle che si possono provare quando si lavora in campagna:

i lunghi silenzi, le  risate delle gazze, il dialogo col pettirosso che mi segue passo dopo passo, il ritmo del respiro connesso con quello del corpo. E poi vedere quella che era terra arsa brulicare nuovamente di lombrichi, osservare la rinascita delle erbe antiche di cui si era persa traccia, seguire la trasformazione degli scarti in compost che ritornerà all’orto in un ciclo continuo.

In senso più ampio decidere di non utilizzare prodotti di sintesi chimica, ma cercare di riequilibrare predatori e predati, ampliare la superficie selvatica con siepi, pozze e laghetti, cercare di diminuire l’uso di combustibili fossili, seminare le sementi accumulate e scambiate.
Mi sa che questa  è la mia agenda per il 2013.

 

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