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Il cibo è una merce come le altre?

di Silvia Pattuelli

“Dire che il cibo non è una merce come le altre è un’affermazione carica di generica ideologia…

e ancora

in realtà se la finanza serve a orientare gli investimenti non si capisce perché non vada bene su una cosa che si mangia”

Ho iniziato la giornata con queste affermazioni di un conduttore che tiene una rubrica fissa su energia ed ambiente alla radio.

Mi piacerebbe ricordare a questo analista una paio di concetti.

  1. Partiamo proprio dal tema che vien definito ideologico e che in realtà è incentrato sui diritti al cibo, ossia alla sovranità e alla sicurezza alimentare. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, afferma che ogni individuo ha diritto a un cibo disponibile (anche alle generazioni future) adeguato (corrispondente alle tradizioni culturali del popolo a cui appartiene) e accessibile (in termini finanziari tale da assicurare una vita fisica e mentale soddisfacente, dignitosa e libera dalla paura).Qui l’approfondimento.
    Come dice Stefano Rodotà in un suo articolo“…il diritto al cibo, …, obbliga a un approccio nuovo, a una riconsiderazione delle tre categorie fondamentali del pensiero politico, etico e giuridico – la libertà, la dignità, l’eguaglianza – e dello stesso diritto alla vita, la cui dimensione sociale si comprende ancora meglio proprio attraverso l’approccio del diritto al cibo.
    Riassumendo, il cibo, in una società supercapitalistica – come la definisce Robert Reich in questaintervista –  non può essere considerato una merce come le altre.
  2. Creare derivati su un bene alimentare parte dal presupposto che ogni bene possa essere considerato una merce (per una distinzione tra bene e merce leggi qui) e che il mercato sia un luogo perfetto, sterile, che definisce il prezzo corretto. Vale la pensa chiedersi, come fa un ex broker, Brett Scott in questa lunga e interessante intervista “se esiste una casualità tra un’attività speculativa sul cambio dei derivati americani e il vero cambio di valore del costo di una borsa di grano in Sud Africa”.A titolo esemplificativo vorrei ricordare un episodio paradigmatico che ha visto coinvolta la Glencore, la più grande compagnia commerciale del mondo, che ha i propri principali interessi nel campo minerario ed energetico, ma non disdegna anche l’ambito alimentare controllando circa il 25% del mercato globale dell’orzo, dei semi di girasole e il 10% del mercato mondiale del grano. La compagnia stessa rivela, in questo articolo apparso sul Financial Times nel 2011, quanto successe nell’anno precedente.
    Nel 2010 la Russia, che è il terzo paese esportatore al mondo di grano, fu vittima di una terribile siccità e i campi furono distrutti dall’assenza di acqua prima e dagli incendi poi. Avendo “scommesso” sui prezzi crescenti, il direttore del comparto cerealicolo per la Russia di Glencore fece appello al governo russo affinchè bloccasse le esportazioni di grano. Dopo un paio di giorni la Russia obbedì e il prezzo del grano crebbe del 15%.
    Sarebbe accaduto ugualmente se la Glencore non avesse fatto quella telefonata? Non lo sapremo mai, ma la storia non si fermò qui. 

Nei mesi successivi nel Nord Africa ci furono grandi insurrezioni di massa come risposta all’aumento del prezzo del cibo e del carburante (i prezzi di mercato del grano passarono da 177,5 dollari a tonnellata del 2° trimestre 2010 ai 326 dollari del gennaio 2011). Le proteste si estesero grazie agli sms e con le modalità che abbiamo conosciuto nella primavera araba. L’aumento del prezzo del grano portò alla fame decine di migliaia di persone. 

Eppure si continua a sostenere che la speculazione non alza i prezzi nel lungo periodo, in quanto per ogni acquisto c’è sempre una vendita e pertanto gli effetti della finanza nell’ambito alimentare non toccano il mondo reale. Recentemente  anche Barclays ha dovuto ammettere, in una nota ai clienti nel mese di febbraio 2012, che la speculazione ha spinto in alto i prezzi.

La finanza oltre che orientare, dirige gli investimenti con lo “sguardo corto” del mercato, che trascura, tra gli altri, anche i costi sociali che ne possono scaturire. 

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