articoli

Il ruolo delle donne nella transizione verso il capitalismo

di Silvia Pattuelli

Silvia Federici è un’educatrice, un’insegnante ed un’attivista di origine italiana trasferitasi negli Stati Uniti nel 1967. E’ professoressa emerita presso la  Hofstra University (Long Island, New York) e vive a Brooklyn. Ha lavorato come insegnante in Nigeria negli anni ’80.  E’ co-fondatrice del  Committee for Academic Freedom in Africa.
Il suo libro “Caliban e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione primitiva”  (Tinta EdizioniLimón) del 2004, scritto dopo decenni di ricerca, offre un resoconto della relazione tra i processi alle streghe in Europa tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo e la nascita del capitalismo.

Qui e qui i dettagli della sua vita in due lunghe e appassionate interviste rispettivamente del 2000 e del 2011.

Circa il ruolo delle donne nella produzione agricola ecco la sua analisi:

“Esiste una relazione diretta tra la distruzione del potere sociale ed economico delle donne nella “transizione verso il capitalismo” e la politica alimentare nella società capitalista. In tutto il mondo prima dell’avvento del capitalismo, le donne avevano il ruolo principale nella produzione agricola. Disponevano dell’accesso alla terra, dell’uso delle sue risorse e del controllo sulle coltivazioni e tutto questo garantiva loro autonomia ed indipendenza economica dagli uomini. In Africa disponevano di propri sistemi di lavorazione del terreno e di coltivazione, fonte di una cultura specificamente femminile: si occupavano della selezione delle sementi, un’operazione fondamentale per il benessere della comunità e la cui conoscenza si trasmetteva da una generazione all’altra. Lo stesso potrebbe dirsi per il ruolo delle donne in Asia e nelle Americhe.
Anche in Europa, nel periodo tardo-medievale, le donne godevano del diritto all’uso della terra e dell’utilizzo dei boschi “comuni”, dei laghi, delle praterie, che costituivano un’importante fonte di sostentamento. Oltre al lavoro agricolo insieme agli uomini, possedevano orti in cui coltivavano verdura, erbe medicinali e piante. In Europa e nelle regioni colonizzate dagli europei, l’accumulazione primitiva e lo sviluppo capitalistico cambiarono la situazione. Con la privatizzazione delle terre e l’espansione delle relazioni monetarie, si sviluppò una maggiore divisione del lavoro nell’agricoltura, che separò la produzione alimentare effettuata per trarre profitto (con fini lucrativi), dalla produzione alimentare per il consumo diretto; svalutò il lavoro riproduttivo partendo dall’agricoltura di sussistenza, designando gli uomini ad essere produttori agricoli principali e relegando le donne al rango di “aiutanti”, braccianti agricole o lavoratrici domestiche.
Nell’Africa coloniale, per esempio, i funzionari britannici e francesi scelsero sistematicamente uomini per le assegnazioni dei terreni, delle attrezzature e per la formazione; la meccanizzazione dell’agricoltura costituì l’occasione per emarginare ulteriormente le attività agricole delle donne. Mutava così l’agricoltura femminile, forzando le donne ad aiutare i loro mariti nelle coltivazioni commerciali, modificando i rapporti di potere tra uomini e donne e istigando nuovi conflitti tra loro. Oggi il sistema coloniale per il quale i titoli di proprietà della terra si concedono solo agli uomini, continua ad essere la regola delle “agenzie di sviluppo” e non solo in Africa.
Va detto che gli uomini sono stati complici di questo processo, non solo nella rivendicazione del controllo sul lavoro delle donne, ma sino a cospirare, in considerazione della crescente scarsità di terre, sul ritagliare il diritto delle donne all’utilizzo delle terre comuni (lì dove vivevano) riscrivendo le regole e le condizioni di appartenenza alla comunità.
Nonostante la riluttanza delle donne alla loro emarginazione, al loro continuo compromesso nell’agricoltura di sussistenza e alle loro lotte per reclamare la terra, questi cambiamenti hanno avuto un profondo effetto sulla produzione alimentare. Come descrive chiaramente Vandana Shiva nel suo libro Staying Alive [1], con l’esclusione delle donne all’accesso alla terra e l’annullamento del loro controllo sulla produzione alimentare, sono andate perse enormi conoscenze, pratiche e tecniche che hanno tutelato per secoli l’integrità del suolo, del territorio ed il valore nutrizionale degli alimenti.
Oggi agli occhi delle agenzie di sviluppo l’immagine dell’agricoltura di sussistenza è degradante. Così inizia, per esempio, l’ultima relazione annuale della Banca Mondiale [2], dedicata all’agricoltura: “Una donna africana piegata sotto il sole, sradicando sorgo con una zappa in un campo arido con un bambino stretto alla schiena: è la genuina immagine della povertà contadina”. Infatti, per anni, seguendo le orme di un economista peruviano, Hernando de Soto, la Banca Mondiale ha cercato di convincerci che la terra è un bene morto quando viene usata come sostentamento e rifugio e diventa produttiva invece, quando si usa in banca come garanzia per ottenere finanziamenti.
Dietro questa visione si nasconde un’arrogante filosofia che ritiene che solo il denaro crei ricchezza e crede che il capitalismo e l’industria possano ricostituire la natura. Ma la verità è un’altra. Con la scomparsa dell’agricoltura di sussistenza femminile si sta perdendo una ricchezza incredibile, con gravi conseguenze per la qualità e la quantità di cibo a nostra disposizione. Ciò che la Banca Mondiale non ci dice è che il valore nutrizionale degli alimenti si perde nella industrializzazione dell’agricoltura. Non ci dice che è grazie alla lotta delle donne che continuano a rifornire i fabbisogni delle loro famiglie, coltivando spesso terre pubbliche o private lasciate incolte, che milioni di persone hanno potuto sopravvivere in mezzo alla liberalizzazione economica.”
[1] Shiva, V. (1988), Staying alive: women, ecology, and development, Londres, Zed Books [edición española: Abrazar la vida: mujer, ecología y desarrollo, Horas y Horas, Madrid, 1995].
[2] (2007), World development report 2008: agriculture for development. Washington, D.C., The World Bank. 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.